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Saffioti, testimone di giustizia calabrese: “Chi denuncia non deve pretendere il tappeto rosso”

di Tina Cioffo

Ha denunciato la ndrangheta quando nemmeno poteva essere sussurrata e continua a lavorare e vivere nella sua Calabria

«Ci sono limitazioni che puoi sopportare e che riescono a passare in secondo piano se l’aria della quale ci priviamo viene poi respirata da altri dopo di noi». Parla così, Gaetano Saffioti, testimone di giustizia calabrese che ha denunciato i suoi estorsori e che vive sotto scorta dal 2002 e che non ha mai lasciato la sua terra né mai accettato gli aiuti economici dello Stato.

«Capisco le difficoltà dei tanti testimoni di giustizia ma ognuno di noi ha la sua storia, ognuno ha le proprie esperienze e psiche a volte siamo accomunati solo dallo status giuridico e non da altro. A volte ho la sensazione che qualcuno voglia usarlo come vessillo da sventolare ma essere testimone di giustizia è una scelta», dice Saffioti che ha denunciato la ndrangheta quando nemmeno poteva essere sussurrata. Con le sue dichiarazioni ha dato vita all’importante operazione di polizia Tallone d’Achille, che ha portato all’arresto e alla successiva condanna, per associazione di tipo mafioso ed estorsione, di 48 esponenti delle famiglie mafiose. Ha contribuito in modo determinante e significativo in altre operazioni della magistratura contro la ‘ndrangheta: nel 2007 operazione Arca, nel 2010 operazione Cosa Mia, nel 2011 operazione Scacco Matto. Nel 2014 ha accettato di demolire la casa abusiva dei Pesce a Rosarno, quando nessun altro aveva voluto farlo.

Denunciare non vuol dire avere il tappeto rosso

Non nasconde le difficoltà ma non è ciecamente dalla parte di coloro che hanno lamentato l’assenza, l’inefficienza e la distrazione degli apparati statali e nemmeno ci sta a lamentarsi. «Non mi è mai piaciuto lagnarmi ma certo sono altrettanto consapevole che lo Stato non è perfetto perché è fatto da uomini che non lo sono e che non sempre hanno l’adeguata sensibilità e preparazione per affrontare vicende delicate ma non c’è bisogno del tappeto rosso per chi ha scelto di denunciare», spiega Saffioti forte della sua decisione. Quando ha denunciato i suoi affari hanno avuto un calo del 90% ma ora la sua azienda ha triplicato il fatturato. Il suo cemento è stato usato su un tratto di pista dell’aereoporto di Parigi.

«In Calabria c’è ancora molto da lavorare, c’è più consapevolezza e maggiore spirito di ribellione ma prima che la battaglia sia vinta dobbiamo imparare a cambiare noi stessi approccio. Se lo Stato mi desse un impianto per ogni Comune di Italia ma se non avessi il consenso della gente, ogni singolo impianto mi servirebbe a niente. Dobbiamo imparare la normalità e non nasconderci se vogliamo essere esempio per gli altri», confessa il testimone.

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